/ Agosto 31, 2020

Con l’avvicinarsi del rientro, le polemiche sul tema scuola si accendono. Constatare che la situazione non è facile da comporre – basti pensare all’enorme nodo numerico che stringe insieme studenti, famiglie, personale… ciascuno con i propri legami e problemi – dovrebbe portarci a considerare la complessità non come un campo di rivendicazione dei diritti e di legittime aspettative, ma come una palestra dei doveri civili. Si dirà che siamo già stati bravi per molti mesi e che ora basta. Invece con l’epidemia non funziona così. Non basta. L’epidemia non ha colori politici e chi cerca di darglieli per giocarci le proprie partite di consenso coltivato nel malcontento fa un errore di sostanza e crea confusione. Dunque basta a chi ha solo pretese e basta anche a chi ha aspettato che la bolla dell’epidemia si sgonfiasse da sola; bene invece chi, con flessibilità civile, aiuta a cercare e trovare soluzioni.

Constatare che la situazione non è facile, dovrebbe portare a considerare con quali criteri una classe politica poteva e può assicurare una risposta adeguata a diverse necessità. I decisori dall’inizio dell’epidemia si sono rimessi in larga misura ad un comitato tecnico-scientifico. Penso che questa decisione di premessa sia stata una buona scelta e negli altri Paesi chi non l’ha fatto subito se né pentito. Il secondo criterio è quello di proseguire sulla linea di rinforzo strutturale del sistema scolastico avviata dal 2014 dal governo a guida PD, sia con l’edilizia scolastica sia con l’assunzione stabile del personale. E anche su questo possiamo dire che Governo ha fatto la sua parte. Il terzo criterio che andava posto e che invece è stato meno semplice da perseguire, è quello della chiarezza e della ufficialità delle disposizioni. Chi fa il dirigente scolastico o il sindaco ed esercita nel campo delle decisioni pratiche, non può ballare ogni settimana con una musica diversa!

In ogni caso ora, con il rischio evidente di una ripresa dell’epidemia, una soluzione chiara per la scuola che rispetti i parametri primari della salute, praticamente non esiste, se non quella della didattica a distanza, con tutte le “riduzioni” che questa comporta. Nella mia scuola il principale problema sono gli spazi. In città immagino che il tema dirimente siano i trasporti. In generale penso che la questione riguarda poi le famiglie e la composizione degli orari scolastici con le necessità in primis del lavoro. Insomma, un algoritmo unico è impossibile da costruire e le (plurale!) ricerche di soluzioni sono dunque necessariamente locali e richiedono il sostegno generale al criterio della flessibilità. Flessibilità non significa fare di più ma anzitutto fare diversamente. Una flessibilità che, sino a nuovo ordine-vaccino, non potrà che essere generale per il sistema istituzionale, sociale ed economico. A partire in primis dal corpo docente, che in questo si è già dimostrato in larga misura generoso e attento durante la fase della didattica a distanza. Una flessibilità che riguarda anche il giusto esercizio della critica, perché la flessibilità in questo contesto diventa una questione di cultura civile, e chi solo pretende, protesta e ulula come un coyote affamato, è un incivile. Punto.

Dunque, ripartire il 14 settembre è un po’ – mi si passi la similitudine – come provare a far entrare una sfera in un cubo di pari volume: non c’è soluzione senza ridurre le misure. In altre parole, occorre cercare soluzioni giocando sulla modifica dei tempi (orari), dei luoghi (aule) e anche dei numeri. Chiudo perciò con una proposta che va in questa direzione. Penso che un criterio di cui sin qui si è poco parlato, vada ora posto seriamente in campo: è sbagliato far parti eguali tra diseguali! La citazione è tratta dalla scuola di Barbiana e applicata al contesto pandemico di casa mia suonerebbe un po’ così: mia figlia di dieci anni ha le competenze, gli strumenti e la possibilità di sorveglianza domestica assicurata. Perciò potrebbe tranquillamente cominciare l’anno scolastico, chessò, a metà regime orario, integrando il resto con formule didattiche a distanza. Applicando questa idea in modo sistemico, ovviamente dopo aver vagliato le situazioni caso per caso, si potrebbe ottenere una riduzione utile da spendere in termini di distanziamento e di sicurezza, non solo nella classe di mia figlia.

Il tempo stringe e l’occasione è ghiotta: ogni fatica ben fatta aiuta a diventare migliori. Il grosso nodo della scuola ci offre un’opportunità per far crescere il sistema paese. E sarà questa, lo posso assicurare, la principale lezione che sapremo dare ai nostri ragazzi.

Giorgio Zanin (segretario PD Federazione di Pordenone)

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